giovedì 23 novembre 2006

quanto hai lavorato oggi?

riporto pari pari un articolo apparso su ItaliaOggi del 22novembre2006, pubblicato anche sul sito CNA.
Interessante, conferma gli sforzi di noi tutti per mandare avanti non tanto e solo "la nostra baracca", ma testimonia la fiducia, la grinta, la volontà, l'intelligenza, l'insofferenza, la dimestichezza nel voler andare avanti ognuno con la propria impresa.

Qualche giorno fa un cliente mi ha chiesto: "Filippo, spiegami un po' perché devo pagare al fisco fra tasse e contributi più del 50% del reddito della mia impresa? c'é qualcuno che mi dà il 50% delle energie per andare avanti?"
Beh, caro Luca, eccoti una risposta (oltre a quella che già ti avevo fornito): non sei solo! ;)


PMI, 11 ORE AL GIORNO PER PASSIONE. Tanto lavorano in media le aziende d'Italia secondo la CNA. Gian Carlo Sangalli: l'immagine di un paese che fa della produttività la propria ragione di vita.
Lavorano mediamente quasi 11 ore al giorno. Lo fanno per passione, per autorealizzazione e perché costituisce una tradizione di famiglia. Dedicano all'azienda quasi la totalità della loro giornata e sono assorbiti principalmente da attività operative. E questo il profilo dell'imprenditore italiano secondo uno studio condotto dall'Osservatorio impresa Italia in collaborazione con A B capital per conto della CNA sul tempo lavorativo e motivazione imprenditoriale degli imprenditori del bel paese.L'Osservatorio impresa Italia è un patrimonio creato da CNA, in collaborazione con A B Capital, nell'ottica di fornire risposte reali a temi sistemici e di merito sull'economia e sulla società italiana. L'Osservatorio contiene oltre 240 mila imprenditori rappresentativi su base territoriale e settoriale dall'economia del paese a esclusione del settore agricolo e delle grandi industrie.Dal focus viene fuori che artigiani, commercianti, professionisti e autonomi, in genere, impiegano sul lavoro mediamente 10 ore e 32 minuti; dalle 9 ore e 57 minuti dell'edilizia sino alle 11 e 27 del manifatturiero. Si tratta di un lavoro che assorbe gli imprenditori in attività operative (74,4%) più che in gestione e strategie (25,6%). E che si inizia essenzialmente per passione (30,1%); per superare uno stato di disoccupazione (20,4%) ma anche per tradizione (18,8%) o per raggiungere una propria :autonomia (15,4%).Illuminanti sono poi le motivazioni che spingono a effettuare il lavoro autonomo: l'indicatore motivazionale della ricerca indica nel 71,4% dei casi ragioni di autorealizzazione (passione, tradizione, autonomia, competenza) e nel solo 20% ragioni di bisogno. Insomma, com'è imprenditore italiano? Una persona che rischia e spende gran parte del suo tempo in azienda con grande passione.«Si tratta di un'immagine completamente differente da quella propinata ultimamente dai media, che riconduce al lavoro autonomo luoghi comuni negativi legati all'evasione fiscale», commenta il segretario generale della CNA Gian Carlo Sangalli. «Ciò che si evince da questa ricerca, invece, è un Italia che ha scelto di affrontare la sfida, di fare del lavoro gran parte della propria vita e crede che la flessibilità non sia una minaccia».Secondo Sangalli l'immagine distorta di un imprenditoria furbastra e che non paga le tasse è stata diffusa per preparare il terreno alla manovra 2007 basata sugli inasprimenti fiscali e contributivi proprio a carico delle categorie. «Si è cercato di spaccare il paese tra gli onesti e i disonesti, gli autonomi e i dipendenti, le imprese e i lavoratori», ha aggiunto il segretario generale della confederazione artigiana. «È l'idea irresponsabile di un paese che non esiste, diverso dall'Italia che noi conosciamo fatta di famiglie, di dipendenti e di clienti delle nostre imprese», spiega.Ma non basta. «È sbagliato affrontare i temi fiscali in modo ideologico», aggiunge Sangalli, «l'evasione fiscale appartiene a tutte le categorie economiche, lavoratori autonomi e dipendenti compresi: i doppio lavoristi sono infatti evasori così come chi lavora nel sommerso».Secondo la CNA è necessario superare al più presto i luoghi comuni. «Con questo studio», insiste Sangalli, «abbiamo dimostrato che gli imprenditori per produrre un reddito simile a un maestro elementare o di un dipendente pubblico debbono lavorare oltre il doppio o il triplo».«Gravare questo reddito del 70% fra tasse e contributi come fa la Finanziaria, dunque, non solo fa arrabbiare gli imprenditori ma rischia solo di far crescere il lavoro nero e l'evasione», conclude il segretario della confederazione artigiana.

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